Sono depresso, devo ammetterlo.
L’illustrazione qui sopra è di Nicola Canova, spero che non gli dispiaccia se l’ho inserita qui.
L’ho comprata da appendere in casa e mi è sembrata così coerente con l’articolo che non ho potuto restistere. Nic, se vuoi che la elimini fammi sapere 😉
Dicevamo.
Sono depresso, lo devo ammettere.
Più che doverlo ammettere mi è stato messo in faccia. Appiccicato addosso come il nome sotto i giocatori dei vecchi FIFA.
Sono andato dallo psichiatra il 6 Luglio, abbiam chiacchierato, ha controllato i suoi vecchi appunti ed ha notato che dicevo da anni (2019-2020-2021) le stesse cose. Si era sempre trattenuto o io mi ero sempre tirato indietro rispetto a questo pensiero, ma ora è ciò che è.
Sono depresso.
Ed ho vinto un nuovo giro di medicinali.
Ho cominciato a prenderli lunedì 17, subito dopo le ferie.
Ho aspettato a prenderli prima perché c’erano delle controindicazioni che mi spaventavano, lo ammetto:
- interazione negativa con i farmaci che finiscono con azepam, cosa che io prendo
- possibile insonni e non mi andava di essere insonne in vacanza
- possibili noie di atro genere che non avevo voglia di affrontare in vacanza.
Perciò eccomi qui, al mio 3° giorno di medicinali.
Ho sonno. Ho sonno perché non dormo. Non credo che sia per via dell’effetto del farmaco, ma perché sono suggestionato, tipo effetto placebo.
Oltre a questo sto bene fisicamente. Sono solo colpito emotivamente, come lo ero subito dopo lo psichiatra.
Essere depresso era una cosa che già sapevo. Lo sentivo in ogni cosa che facevo e lo ripetevo ai medici con cui parlavo: “mi sento fatto di tristezza”.
Ad ogni cosa bella, sentivo delle remore. Delle difficoltà. Mi sentivo non autorizzato ad essere felice, ad uscire da delle invisibili briglie che mi mettevo da solo.
Non riesco a chiedere. A pretendere. A volere qualcosa di bello. Non so cosa mi piace.
Un esempio stupido? Quando si tratta di mangiare non so più cosa mi soddisferebbe. Come se avessi il covid, ma nell’anima. Ho perso il giusto delle cose belle.
E si, è triste. Sono triste. Tristissimo.
Da mesi non piango, come la sicciità che colpisce l’Italia. E come la siccità, soffro in silenzio.
Non ne parlo, ma non ne parlo nemmeno con me.
Voglio essere lasciato solo, ma poi mi mancano i miei amici, e quando mi cercano sono irritatissimo perché non voglio che mi diano fastidio. Un corto circuito in piena regola.
Sono triste. Sempre.
Mi aspetto abbracci. Mi aspetto che qualcuno mi porti su, che qualcuno mi insegni come si sta al mondo, ma non funziona così a quanto pare.
Mi sento perso, vorrei davvero che qualcuno mi insegnasse come si sta al mondo, ma per ora, sto più spesso nel dolore e negli sbagli, nella solitudine e nell’insoddisfazione. Mi chiudo negli schermi, nel lavoro, nelle serie TV.
Quando invece cazzo, la fuori c’è il mare, IL MARE!
C’è il SUP. C’è la canoa. C’è il wakeboard, la corsa, le campettate con gli amici, il beach volley.
C’è la Sicilia, la Puglia, la Calabria, il Portogallo, la Grecia.
Ci sono le partite di NBA, c’è sciare, c’è vivere.
Vedremo come andrà. Per ora, al mio terzo giorno di farmaci, ho solo molto più sonno di prima.
DOPO 3 SETTIMANE DALLA 1° PILLOLA
Oggi è lunedì, il terzo lunedì, la terza pillola del lunedì.
Effettivamente credo che stia facendo effetto: non ho più il pensiero fisso, continuo di ammazzarmi, di farla finita in qualche modo.
E’ già un grande sollievo.
Ho voglia di fare cose, di vedere il mondo, di andare sul sup, di provare il wakeboard, di andare in bici elettrica, di correre in moto tra le strade di montagna.
Ieri sono andato per la prima volta in Alpe Veglia, e già il fatto di esserci andato di per se è una grande cosa: l’anno scorso col cazzo che avrei fatto una cosa del genere.
Oggi mi rendo invece conto che dal 2020 ad oggi, cioè da quando non ho più avuto contatti continui con i miei amici ed ho abbandonato il mondo della pallacanestro lato dirigenza, mi sembra che la mia vita sia una macchina di produzione senza un obiettivo.
Faccio perché faccio, ma non mi piace.
Fortunatamente non sono un depresso da letto: non sto a dormire tutto il giorno anzi, mi viene il mal di stomaco a stare a letto tutto il tempo con tutte le cose che ci sono da fare, da vedere, da sapere, da leggere, da conoscere.
Forse fa più parte di me quella depressione del sapere che non saprò mai abbastanza, che non sarò mai bravo abbastanza per soddisfare il mio livello di richiesta.
E forse è anche questo trickie: qual’è il tuo livello di richiesta? Tu, Francesco caro, che cazzo vuoi?
9 Agosto
La depressione è come i giorni più difficili della tua vita. Ma meno intensi. Silenziosi, compagni costanti. Si svegliano con te, se ne vanno, ti lasciano e tornano a ricordarti che non sei solo. Che la gravitá per te è più pesante.
Tornano a ricordarti che sbagliare strada e finire contro un camion non sarebbe poi così male.
Mentre fai la doccia ti fanno immaginare che rompere il vetro e tagliarti la gola sarebbe un brutto spettacolo, ma sarebbe finita.
La depressione ti uccide, non ti fa scegliere, ti tiene sotto le coperte mentali della tua felicità. Ti porta verso gli anni con se, senza farti vivere, ed allora se non stai vivendo cosa stai facendo? Morendo.
Una gentile attesa verso la fine dei tuoi giorni, che man mano speri si avvicini sempre di più, quasi a toccare concretamente questo desiderio.
È una compagna nei momenti difficili, di stanchezza, di prestazione, di confusione. È il tuo giudice quando giochi a basket, quando devi fare un tempo migliore in palestra, o spingere 5kg in più sul manubrio.
È il dito pesante sulla bocca che non ti fa parlare.
È la scatola di cemento del tuo cuore che non ti fa dire ciò che senti e forse ti farebbe stare meglio.
È uh destino. Consapevole. Anteriore. Che non vuoi.
Vuoto e tristezza.
Seduto, fermo, vuoto.
Senza spinta emotiva se non verso il basso, verso il silenzio, l’isolamento.
Questi momenti di scrittura mi aiutano, mi fanno vedere da fuori cos’ho in testa, nel cuore, nei nervi.
Ho poca energia, e quella poca che ho la uso per commettere errori, portarmi al chiuso, lottare coi sogni, desiderare felicità e poi tagliare quei pensieri con un taglierino finché sanguinano.
Ho cominciato ad ascoltare libri, storie.
Mi portano in mondi diversi dal mio. Per un po’ posso dedicarmi solo a quelle e non pensare alla sabbia che ho nel petto.
Mi fa male stare con le persone. Non ho voglia di parlarci. Mi sento inadeguato a stare con gli altri. Mi sento di sbagliare ogni parola che dico. Allora sto zitto e spero che il comportamento parli per me.
E spesso lo fa: il comportamento di un depresso è negativo, lento, non è ammirevole come vorrei.
Perciò anche quando parlo col corpo parlo male, e ci rimango male, mi chiudo nuovamente, fino a stare chiuso in me stesso, in poco spazio, che ormai mi comprime il respiro ed il cuore.
Assentarmi dalla vita. Ascoltando libri. Storie. Assentarmi e sparire. Prendere i pensieri e portarli lontani. Ma forse anche prendere il corpo e portarlo lontano, ad immergersi nell’acqua salata dei mari belli. A camminare faticando sotto lo zaino pieno di cose inutili della montagna, fermandosi a farsi leccare la mano dalle mucche e cercando con gli occhi le marmotte e gli stambecchi. Mangiare i formaggi dell’alpe. Dormire nel prato. E poi, svegliarmi normale. Felice ed in grado di trarre felicità dalle cose che succedono.
Morirò. Presto. Forse più avanti. Finalmente, respirerò serenamente, libero.
La vita, almeno la mia, è fatta di abitudini che si sedimentano sopra delle scelte.
Il beach volley il lunedì, fitfam martedì e giovedì, il resto Bo.
È stato così da sempre: prima c’era il basket giocato e la scuola che mi davano i tempi.
Sono stato depresso quando ho smesso di andare in università e mi sono rotto il crociato, quindi ne basket ne scuola.
Sono tornato a stare bene quando ho preso a lavorare e giocare.
È stato così anche quando ho fatto il dirigente e giocato a beach.
Oggi sono la sedimentazione di scelte che non mi vanno più bene, e ci soffro.
Sono in macchina, da solo, fuori dalla palestra, ho fame e non so cosa fare.
Vorrei una pizza, ma non so a chi chiedere.
Vorrei un amico.
Vorrei una direzione.
Vorrei un cuore funzionante.
Vorrei non voler resettare la mia vita.
Vorrei essere felice, gasato.
Non vorrei aver perso 11 anni, e continuare a perderli.
Da un foglio scritto a mano.
Perché si vive?
Perché farlo poi a queste condizioni?
Cercando profondità, felicità, rettitudine, ammirazione, simpatia.
Ed invece sentendo sempre dentro il contrario: forme di tristezza.
Una voragine di infinita tristezza che porta a stare seduti, tristi, morti.
Non merito di vivere. Non so perché, ma lo penso.
Penso che tutti i mali vengono per un motivo ed io tra tendini, ginocchia, vuoto interiore, tristezza, depressione, ansia, panico, ho tanti motivi per non meritare di vivere.
Da un foglio scritto a mano.
Sono ormai le 11:00, fin’ora ho fatto le solite cose di mattina a casa, modificato 4 cose su un sito e perso un sacco di tempo.
Questa mattina non avevo nessuna voglia di alzarmi, ora non ho nessuna voglia di fare niente.
Dovrei alzarmi per pisciare, ma non ho voglia di fare neanche questo.
Sono giorni che penso in modo ossessivo ad uccidermi. Lo faccio costantemente, come fosse un pensiero fisso. Non lo desidero. Anzi, io voglio vivere, ma penso sempre a un qualche modo per spegnermi, per sparire.
Penso che gli altri mi debbano cercare, scrivere, salvare, fare del bene, ma la realtà è che non frega un cazzo a nessuno, e se non ne parlo comunque nessuno può saperlo.
Fosse ci sarà un giorno in cui sarò felice, oggi non lo vedo.
20 Agosto
Kevin Love è stato uno dei primi del mono NBA a parlare di depressione.
Lo ha fatto nell’articolo per un famoso blog che da voce ai giocatori professionisti. Il titolo era “Everyone Is Going Through Something”
Oggi mi sto guardando una sua intervista a questo proposito, la metto qui sotto, per ricordarmene, come per tutto il resto.
Questo è il documentario di cui parla Kevin nell’intervista, quello sulla vita di Robin Williams