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La responsabilità di comunicare

Da quando è iniziato il periodo della pandemia ho fatto diverse riflessioni riguardo la responsabilità sociale della comunicazione. 

Sono partito dalla mia situazione: inizialmente ascoltare qualsiasi tipo di converasione / informazione riguardo il covid mi terrorizzava. Se in sala mensa qualcuno si metteva a dire qualcosa io chiedevo di cambiare argomento, mettevo su le cuffie o me ne andavo. Semplicemente, non volevo sentirne parlare. 

In più in quel periodo ero iscritto ad un sacco di newsletter, pagine Facebook, Instagram.. 
Chiusi tutto.
C’erano troppe informazioni. Tutte – come poi ho imparato a conoscere – esplosive.

Mi resi presto conto che non potevo vivere isolato in questo modo, significava vivere nella paura. 

Fu così che cominciai ad ascoltare 2 TG: quello delle 9:00 e quell delle 19:00 di Radio DeeJay. Fine. 
In quel periodo registravo una spece di vlog per ricordarmi di come si stava in quei giorni: ci sono diverse registrazioni del momento in cui sento la sigla del TG di Radio Deejay e sento delle sensazioni fortissime entrarmi nel cuore. 

 

Passò il 4 Maggio 2020 e fortunatamente ce ne andammo al pascolo, nuovamente liberi.

Eppure il dialogo attorno al mondo non cessava. 

“Che senso ha fare questo e non quest’altro?”
“Bisogna vaccinarsi in fretta!”
“E’ tutta un’invenzione dei poteri forti”

Ognuno aveva la sua da dire. Ognuno alimentava una nuvola che s’ingrossava. Ognuno diceva la sua. Eppure non mi sembrava che nessuna delle “proprie” fosse realmente informata.

Trovai qualche progetto online interessante e cominciai a capire la qualità dell’informazione e quella frase detta da non-so-chi riguardo i ricchi ed il sovraccarico di informazioni: “I veri ricchi saranno quelli che potranno selezionare le informazioni”.
Nel contesto del cazzo in cui ero non potevo che essere d’accordo: essere bombardato quotidianamente da migliaia di borbottii, polemiche, pesantezze inutili non faceva altro che peggiorare la mia situazione di salute. Da spaventato mi sentivo braccato, terrorizzato, teso come una corda di violino su cui camminano 100 elefanti. 

I progetti che trovai furono chiaramente derivanti da realtà giovani, nuove, magari non autorevoli ma che si danno un gran da fare per portare informazioni reali. E che se sbagliano lo ammettono. E che non sono “governate” da pubblicità, investitori, grandi interessi (come poi ho scoperto invece essere praticamente il 95% dell’editoria).

Qualche esempio:

Durante il periodo da Ottobre a Marzo 2020 – 2021 passavo un sacco di tempo a correre o in bicicletta.
In quel periodo ero stato “salvato” e forse “condannato” dall’ascolto di podcast. Li amavo già da prima, ma mi portarono ancora più in un altro mondo.

Ascoltai informazione di alta qualità dalle parole di Francesco Costa – mio idolo attuale – nel podcast “Da Costa a Costa”. Fu grazie a quel podcast che scoprì Il Post.

Ascoltai i podcast di Piano P: Milano, Risciò, Basket classico.

Ascoltai i podcast di Will: Actually su tutti, anche perché gli altri arrivanono dopo.

E col tempo, a Maggio del 2017 uscì Morning, podcast ormai strafamoso di Francis Coast.
Contemporaneamente – o quasi – si aggiunse The Essential di Mia Ceran, della famiglia di Will.

A distanza di 2 anni da quei momenti di terrore mediatico ho imparato delle parole nuove e dei temi nuovi.

  • Sovra esposizione
  • Sovra informazione
  • Dieta mediatica
  • Responsabilità
  • Fonti
  • Valore del silenzio
  • Valore dell’ascolto
  • Dibattito

Oggi la mia dieta mediatica è composta da poche cose, ma costanti e che ritengo molto valide.

Sono rimaste nel quotidiano: 

  • Morning
  • The Essential
  • Stories di Cecilia Sala (new entry)
  • La newsletter serale del Post
  • Colonne, la newsletter del post riguardante la mia città
  • La newsletter di Francesco Oggiano
  • Il podcast di Hacking Creativity (new entry anche qui)

Tanta roba, ma credo sia valida.

Ma non sono qui per parlare dei cazzi miei e di dove mi informo io.

Sono qui per parlare della responsabilità sociale della comunicazione.
Di come un’informazione data correttamente renda una società più virtuosa tramite il sistema già visto della piramide: più siamo tutti meglio informati, meglio può andare tutto il movimento.

Mi riferisco alla TV che è ormai totale spazzatura.
Mi riferisco ai giornali, che sono schiavi di un sistema che non ha saputo innovarsi.
Mi riferisco alla persona della strada, al collega, all’amico, che ascoltando il TG pensa di saperne abbastanza di un argomento e porta in giro i suoi sproloqui senza controllare, senza prestare attenzione all’interlocutore, parlando spesso senza attenzione, senza una tesi da supportare ma semplicemente affondando sempre più forte il coltello nella frase detta in quel momento, anche se è in contraddizione con la precedente.

Un disastro.

Sono convinto che sia importantissimo informarsi sui fatti, elaborarli secondo le risorse a disposizione (QI, esperienze personali, emotività personale, ma anche responsabilità personale alla crescita della propria persona) ed esprimerle quando richiesto, se richiesto, prestando attenzione all’interlocutore.

Un esempio?
Non si può parlare della stessa cosa con un bambino e con un 30enne.

Un altro esempio?
Se a tavola ci sono persone provenienti dall’Ucraina sarebbe forse il caso di chiedere se hanno vogila di parlare di quell’argomento. Così come se ci sono persone che hanno avuto problemi legati al covid. Ma questa dovrebbe essere un’attenzione costante all’altro: ti va di parlare di questo? Si, no.

E bisognerebbe essere in grado di capire che possono esistere opioni diverse – non verità diverse, mi raccomando – opinioni diverse e che se non sei nel 1550 in America Latina in missione di conversione degli indigeni FORSE non è il caso di insistere cercando di convincere il tuo interlocutore che la tua opinione sia quella corretta.

E fin qui ho parlato forse di responsabilità negative.

Ossia evitare di fare cazzate.

Parlerei ora di responsabilità positive.

In questo caso vorrei parlare di me e dei miei “cani neri”.
Dell’ansia. Della depressione. Dei pensieri suicidi. Già, se sei depresso pensi anche a questo.
Credo che se ci sono dei temi importanti – per te o per il sociale, ed in questo caso credo che le due cose convergano – sia importante fare in modo di farsi sentire, di esprimersi.

Innanzitutto perché esprimersi è una fottuta libertà per se stessi: tenendo dentro pensieri ed emozioni non cresciamo. Accresciamo solo il punto nero nella nostra anima, sfamiamo i nostri cani neri.

In secondo luogo perché come dicevano in Coach Carter, la nostra espressione può aprire una luce ad altri:
“La nostra più grande paura non è quella di essere inadeguati. La nostra più grande paura è quella di essere potenti al di là di ogni misura. E’ la nostra luce, non la nostra oscurità, che più ci spaventa. Agire da piccolo uomo non aiuta il mondo. Non c’è nulla di illuminante nel rinchiudersi in sé stessi così che le persone intorno a noi si sentiranno insicure. Noi siamo nati per rendere manifesta la gloria che c’è dentro di noi. Non è solo in alcuni di noi. E’ in tutti noi. Se noi lasciamo la nostra luce splendere, inconsciamente diamo alle altre persone il permesso di fare lo stesso. Appena ci liberiamo dalla nostra paura, la nostra presenza automaticamente libera gli altri.”

Attenzione. Con questo non voglio dire che dovremmo andare in giro a rompere i coglioni con i nostri pensieri a tutti.
A quel punto rischiamo di diventare come chi manifesta per qualcosa per cui ha pienamente diritto ma poi spacca vetrine, strade, negozi e coglioni e passa dalla parte del torto.
Dico che dovremmo trovare gentilmente dei nostri spazi in noi stessi in primis ed in ambiti social in secundis per esprimere ciò che desideriamo. 
Magari confrontandoci con qualcuno che ci può essere d’aiuto (una psicologa e non uno sciamano?). 
Magari parlandone con chi sai che anche se non può capirti, almeno sarà pronto a mangiare un panino dell’Antico Vinaio per riprenderti subito dopo.
Magari coltivando un progetto personale che può essere comune, come mi piacerebbe che fosse questo “blog”.